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15 ottobre 2011

il pozzo di Talete

I Greci appresero dagli Egiziani innumerevoli conoscenze, ereditarono dai matematici babilonesi tecniche importanti per le equazioni, per la teoria delle equazioni, quindi per l’algebra, come diremmo oggi. Eppure soltanto i Greci raccolsero questi materiali, come nel caso di Talete, in un concetto del sapere e, per così dire, in un ideale di scienza, così formulabile: bisogna dimostrare ciò che si asserisce. 

Ed è noto a tutti che in effetti il grande, definitivo risultato di questo ideale di dimostrazione (che ha portato alla prima forma di scienza) ha conservato tutto il suo valore fino ai nostri giorni grazie alla logica di Aristotele, conoscendo negli ultimi due secoli un sorprendente processo di affinamento e differenziazione. In ogni caso, grazie a tutto ciò, oggi sappiamo che in quelle città commerciali (con i loro traffici mondiali, con quel miscuglio di conoscenze provenienti da tutto il mondo conosciuto) si è manifestata anche l’audacia dell’indagine scientifica.

E qui non possiamo non ricordare un episodio a proposito di Talete.


Certa manualistica ricorre spesso e volentieri a un aneddoto in cui si racconta di Talete, quasi per riconoscervi con soddisfazione, già nell’antichità più remota, l’archetipo del professore distratto. 

Si dice che Talete sarebbe caduto in un pozzo e che una servetta tracia lo avrebbe aiutato a venirne fuori, visto che da solo non ci riusciva. Questa storia nasce nel contesto di una critica teoretica, rivolta all’assurdità di un’esistenza ingenuamente teoretica. Gli spiriti pratici raccontano sempre con piacere qualche strano aneddoto sugli uomini di pensiero, e, com’è noto, anche sui professori. 


Che cosa accadde, in realtà? Oggi lo sappiamo con una certa precisione. Naturalmente Talete non cadde nel pozzo, ma si calò in un pozzo asciutto, perché questo era il "cannocchiale" degli antichi. Grazie infatti alla schermatura offerta dalle pareti della cavità, si può registrare con grande precisione l’orbita delle stelle così inquadrate, riuscendo inoltre a vedere molto più che a occhio nudo: una sorta di vero e proprio cannocchiale greco.


Quindi non siamo affatto di fronte a uno sbadato che cade in una buca. La verità è un’altra, e in realtà questo aneddoto rende onore all’audacia del pensiero, costretto prima a servirsi di uno scomodo azzardo, come quello di calarsi in un pozzo, e poi a rimettersi all’aiuto di qualcun altro per uscirne. Audacia teoretica e passione per il sapere vengono espresse in questo aneddoto quasi con la stessa efficacia con cui esso comunica anche il desiderio della tarda antichità di farsi beffe della stravaganza dei sapienti.

da un'intervista a Hans-Georg Gadamer (Il Cammino della filosofia)

 

Meeh, crajë m trovë nu pozz... e m menghë èntë !

(domani mi cerco un pozzo... e mi butto dentro)

 

... sono dentro


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permalink | inviato da cpietrap il 15/10/2011 alle 19:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 ottobre 2011

u Munacidd d' Inzanë

I munacidd

 

"La quale istoria fu così. Nell'anno 1445 dalla Fruttifera Incarnazione, regnando Alfonso d'Aragona, una fanciulla a nome Catarinella Frezza, figlia di un mercatante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E come è usanza d'amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d'amanti, egualmente innamorata, egualmente fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite, che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano - e Catarinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli, torturata. Ma per tanto e continuo dolore, che si può dire gli amanti mangiassero veleno e bevessero lagrime, avevano ore di gioia ineffabile. A tarda notte, quando nei chiassuoli dei Mercanti, non compariva viandante veruno Stefano Mariconda, avvolto nell' oscuro mantello, che mai sempre protesse ladri ed amanti, penetrava in un andito nero ed angusto, saliva per una scala fangosa e dirupata, dove era facile il pericolo della rottura del collo, riesciva sopra un tetto e di là scavalcando, terrazzo per terrazzo, con una sveltezza ed una sicurezza che amore rinforzava, arrivava sul terrazzino, dove lo aspettava, tremante dalla paura, Catarinella Frezza. Lettor mio, se mai fremesti d'amore, immagina quei momenti e non chiederne descrizione alla debole penna. Ma in una notte profonda, quando più alle anime loro si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso, mani traditrici afferrarono Stefano alle spalle, e togliendogli ogni difesa, dalla ferriata lo precipitarono nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s'aggrappava ai panni degli assassini. Il bel corpo di Stefano Mariconda giacque, orribilmente sfracellato, nella fetida via, per una notte ed un giorno: fino a che lo raccolse di là la pietà dei parenti, dandogli onorata sepoltura. Ma invero fu quella morte ignobilmente violenta: e perché v'è dubbio sul destino di quell'anima, strappata dalla terra e mandata jnnanzi all'Eterno carica di peccati, e perché a gentiluomo non conviensi altra morte violenta che di spada.

La Catarinella fuggì di casa, pazza dal dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monachelle. In un giorno, quando ancora il tempo assegnato dalla ragion divina e dalla ragion medica, non era scorso, ella dette alla luce un bimbo piccino, piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Per pietà di quel piccolo essere, le suore lasciarono la madre nutrirlo e curarlo. Ma col tempo che passava, non cresceva molto il bambino e la madre, cui rimaneva confitta nella mente la bella ed aitante persona di Stefano Mariconda, se ne crucciava. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna, perché desse una fiorente salute al bambino; ed ella votossi, e fece indossare al bimbo un abito nero e bianco, da piccolo monaco. Ma ben altro aveva disposto il Signore nella sua infinita saggezza e la Catarinella non s'ebbe la grazia chiesta.

Il figliuoletto suo, crescendo negli anni, non crebbe che pochissimo nel corpo e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Sibbene, ella continuò a vestirlo da piccolo monaco; onde è che la gente chiamava, in suo volgare, il bambino: lu munacietlo. Le monache lo amavano, ma la gente della via, ma i bottegai delle strade Armieri, Lanzieri, Cortellari, Taffettanari, Mercanti, si mostravano a dito il bambino troppo piccolo, dalla testa troppo grande e quasi mostruosa, dal volto terreo, in cui gli occhi apparivano anche più grandi, anche più spaventati, dall'abituccio strano: e talvolta lo ingiuriavano, come fa spesso la plebe, contro persona debole ed inerme. Quando lu munacietlo passava innanzi la bottega dei Frezza, zii e cugini uscivano sulla soglia e gli scagliavano le imprecazioni più orribili. Non è dato a me indagare, quanto comprendesse lu munacietlo degli sgarbi e delle disoneste parole che gli venivano dirette, ma è certo che egli riedeva alla madre pensoso e melanconico. A volte un lampo di collera gli balenava negli occhi e allora la madre lo faceva inginocchiare e gli dettava le sante parole dell'orazione. A poco a poco in quei bassi quartieri, dove egli muoveva i passi, si divulgò la voce che lu munaciello avesse in sé qualche cosa di magico, di sovrannaturale. Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando lu munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora cattivo augurio. Ma come il cappuccetto rosso compariva molto raramente, lu munacidello era bestemmiato e maledetto.

Era lui che attirava l'aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l'acqua; lui che, toccando i cani, li faceva arrabbiare, lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli. Appena lu munaciello scantonava, a capo basso, con l'occhio diffidente e pauroso, correndo, o nascondendosi fra la folla, un coro di maledizioni lo colpiva. Il fango della via, che gli scagliavano veniva a insudiciargli la tonacella; le bucce delle frutta troppo mature lo ferivano nel volto. Egli fuggiva, senza parlare, arrotando i denti, tormentato più dall'impotenza della picciola persona, che dal villano insulto di quella borghesia. Catarinella Frezza era morta; non lo poteva consolar più. Le monache lo impiegavano ai minuti servizi dell'orto; ma, anche esse, a vederlo d'improvviso, in un corridoio, nella penombra, si sgomentavano. come per apparizione diabolica. S'avvalorava il detto dalla faccia cupa del munaciello, dal non averlo mai visto in chiesa, dal trovarlo in tutti i luoghi, a poca distanza di tempo. Finché una sera, lu munaciello scomparve. Non mancò chi disse, che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Ma per fede onesta di cronista, mi è d'uopo aggiungere che furono molto sospettati. e forse non a torto, i Frezza d'aver malamente strangolato lu munaciello e gittatolo in una cloaca li presso, da certe ossa piccine e da un teschio grande, che vi fu ritrovato. Il discernere le cose vere dalle false, e lo speculare quale sia favola, quale verità, lascio e raccomando specialmente alla prudenza e saggezza del lettore.

Questa qui è la cronaca. Ma nulla è finito - soggiungo io, oscuro commentatore moderno - con la morte del munaciello. Anzi, tutto è cominciato. La borghesia che vive nelle strade strette e buie o malinconicamente larghe e senza orizzonte, che ignora l'alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell'arte; questa borghesia che non conosce che sé stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullagine; questa borghesia che non ha, non puo avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto. Non è lo gnomo che danza sull'erba molle dei prati, non è lo spiritello che canta sulla riva del fiume; è il maligno folletto delle vecchie case di Napoli, è lu munaciello. Non abita i quartieri aristocratici di Chiaia, di S.Ferdinando, del Chiatamone, di Toledo, non abita i quartieri nuovi di Mergellina, del rione Amedeo, di via SaIvator Rosa, di Capodimonte: la parte ariosa, luminosa e linda della città, non gli appartiene. Ma per i vicoli che da Toledo portano giù, per le tetre vie dei Tribunali e della Sapienza, per la triste strada di Foria, per i quartieri cupi e bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e di Pendino, il folletto borghese estende l'incontrastato suo regno.

Dove è stato vivo, s'aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, la pazienza di lana bianca ed il cappuccetto nero, lì ricompare, nella medesima parvenza, pel terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini. Dove lo hanno fatto soffrire, anima sconosciuta e forse grande in un corpo rattrappito, debole e malaticcio, là egli ritorna, spirito malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga ed insaziabile vendetta. Egli si vendica epicamente, tormentando coloro che lo hanno tormentato. Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino, se veramente questo munaciello esiste e scorazza per le case e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete udirne delle storie, ne udrete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il munaciello...

 Quando la buona massaia trova la porta della dispensa spalancata, la vescica dello strutto sfondata, il vaso dell'olio riverso e il prosciutto addentato dal gatto, è senza dubbio la malizia del munaciello, che ha schiusa quella porta e cagionato il disastro. Quando alla serva sbadata cade di mano il vassoio ed i bicchieri vanno in mille pezzi, colui che l'ha fatta incespicare, è proprio lui, lo spiritello impertinente; è lui che urta il gomito della fanciulla borghese, che lavora all'uncinetto e le fa pungere il dito; è lui che fa traboccare il brodo dalla pentola ed il caffè dalla cogoma; è lui che fa inacidire il vino nelle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline, che ammiseriscono e muoiono; è lui che spianta il prezzemolo, fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Se la vendita in bottega va male, se il superiore all'uffizio fa una rimenata, se un matrimonio stabilito si disfa, se uno zio ricco muore, lasciando alla parrocchia, se al lotto vien fuori 34, 62, 87 invece di 35, 61, 88 è la mano diabolica del folletto, che ha preparato queste sventure grandi e piccole.

Quando il bambino grida, piange, non vuole andare a scuola, scalpita, corre, salta sui mobili, rompe i vetri e si graffia le ginocchia, è il munaciello che gli mette i diavoli in corpo; quando la fanciulla diventa pallida e rossa senza ragione, s'immalinconisce, sorride guardando le stelle, sospira guardando la luna, e piange nelle tranquille notti di autunno, è il munaciello che le guasta così la vita; quando il giovanotto compra cravatte irresistibili, mette il profumo nel fazzoletto, e si fa arricciare i capelli, rincasa a tarda notte, col volto pallido e stanco, gli occhi pieni di visioni, l'aspetto trasognato, è il munaciello che turba la sua esistenza; quando la moglie fedele si ferma, a guardar troppo il profilo aquilino ed i mustacchi biondi del primo commesso di suo marito e nelle fredde notti invernali, veglia, con gli occhi aperti nel vuoto e le labbra che invano tentano mormorare la salvatrice Avemmaria, è il munaciello che la tenta, è il diavolo che ha preso la forma del munaciello; è il diavoletto che dà al marito il vago desiderio di dare un pizzicotto alla serva MariaFrancesca; è il folletto che fa cadere in convulsioni le zitellone isteriche. È il munaciello che scombussola la casa, disordina i mobili, turba i cuori, scompiglia le menti, empiendole di paura. E lui, lo spirito tormentato e tormentatore, che porta il tumulto nella sua tonacella nera, la rovina nel suo cappuccetto nero.

Ma la cronaca vendica lo dice, o buon lettore: quando il munaciello portava il cappuccetto rosso, la sua venuta era di buon augurio. È per questa sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, che il munaciello è rispettato, temuto ed amato. È per questo che le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione, perché non venga scoperto il gentile segreto; è per questo che le zitellone lo invocano a mezzanotte, fuori il balcone, per nove giorni, perché mandi loro il marito, che si fa tanto aspettare; è per questo che il disperato giuocatore di lotto gli fa lo scongiuro tre volte, per averne i numeri sicuri; è per questo che i bambini gli parlano, dicendogli di portar loro i dolci ed i balocchi che desiderano. La casa dove il munaciello è apparso, è guardata con diffidenza, ma non senza soddisfazione; la persona che, allucinata, ha visto il folletto, è guardata ompassionevolmente, ma non senza invidia. Ma colei che lo ha visto - apparisce, per lo più, a fanciulle ed a bimbi - tiene per sé il prezioso segreto, forse apportatore di fortuna. Infine il folletto della leggenda, rassomiglia al munaciello della cronaca napoletana: è, vale a dire, un'anima ignota, grande e sofferente in un corpo bizzarramente piccolo, in un abito stramente simbolico; un'anima umana, dolente e rabbiosa; un'anima che ha pianto e fa piangere; che ha sorriso e fa sorridere; un bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo; un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso, e li carezza, e li consola, come un bambino ingenuo ed innocente."

 Fin qui è Matilde Serao che ci racconta la leggenda napoletana "Lu munaciello".


Ma a Genzano di Lucania “u munacidd” che, come ben sanno i vecchi, è uno spiritello dispettoso che ti viene a trovare sempre nottetempo e ti si piazza sul petto o ti saltella sullo stomaco togliendoti il respiro, s’è ammodernato e trasformato in un novello Pasquino, la più celebre statua “parlante” romana.

Come è ben noto, a partire dal XVI secolo contro il Papa Re, Pasquino adopera armi raffinate per l’epoca: l'ironia, la beffa, il ridicolo. Antesignano della libertà di stampa, è la voce beffarda del popolo romano, la sua velenosa rivincita sulle angherie e sulle miserie a cui il potere papalino lo costringe.

Pasquino, per poco più di tre secoli, è la "stampa d'opposizione" del papato, una stampa che punge, che ferisce, che ammonisce, che fustiga, che sghignazza, che diffama e dissacra, che calunnia, che mette in piazza i segreti, che ridicolizza i potenti e i loro vizi.  

Pasquino non discute il sistema, lo interpreta, lo critica, lo assolve, lo lapida a seconda dei momenti, ma la sua sorte è talmente legata al papato che quando Roma diventa "piemontese" tace per sempre.

Le pasquinate venivano fatte trovare ai piedi della statua all’angolo di Palazzo Orsini, poi Palazzo Braschi. A Genzano, invece, fatte le ovvie differenze e tolta molta tara (sono cosette paesane che non aspirano ad essere ricordate e conservate nella Storia), le pasquinate vengono recapitate presso il locale ufficio postale. Utilizzando, nel dettaglio, la buca delle lettere.

 Qui, infatti, da qualche tempo, gli impiegati postali trovano dei fogli dattiloscritti che ricordano i foglietti di Pasquino. Ma a Genzano di Lucania quel tale, che certo è letterato, si firma U Munacidd.

Più di qualcuno azzarda l’ipotesi che sia questa la causa fondamentale delle chilometriche file che, di tanto in tanto, si formano all’ufficio postale: gli impiegati, tra frizzi e lazzi, trascurerebbero il lavoro per gettare lo sguardo sui sagaci fogli imbucati da U Munacidd.


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permalink | inviato da cpietrap il 4/10/2011 alle 21:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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