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Diario
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2 dicembre 2011

Quando il Bradano fa paura



Per fortuna Genzano non ha mai dovuto temere il fiume che scorre nella sua valle ad una quota molto inferiore e in effetti, in agro di Genzano, transitando sul ponte lungo la vecchia S.S. 169, in genere il Bradano non si vede quasi mai.
Coperto e celato dalla vegetazione per gran parte dell'anno, si mostra però prepotente negli inverni lunghi e piovosi. Qualche anno fa mi sono fermato sul ponte, il Bradano era ben visibile. 
Scorreva veloce e portava una quantità d'acqua che non avevo mai visto. 
Né avevo mai "sentito" il fiume: un rumore vario e costante che faceva vibrare insieme le corde tese del rispetto e del timore.
Avvertendo una certa inquietudine, non sono riuscito a stare a lungo sul ponte, lieve saliva al naso un tangibile odore di pericolo.

Il quesito ultimo è perfino banale: in questa terra antica che ha sempre “ballato coi lupi” e che si vede incidere dai suoi cinque fiumi come gli artigli di rapace su un pane di burro, dobbiamo temere “le furie” della natura?
A domanda banale non può esserci che ovvia risposta. Eccome che dobbiamo temere le furie della natura se l’amministrazione del territorio è lasciata in mano a incompetenti (nella migliore delle ipotesi) o ad autentici delinquenti (nella peggiore)!
Mi incazzerei io e come una bestia se fossi continuamente trattato in questo modo, figuriamoci la Natura che è un po’ più grande e potente di me..
Di proposte e azioni positive (come dicevamo con Legambiente, a Genzano, una ventina di anni fa) ce ne possono essere tante. 

Per esempio quella del geologo Giampiero D’Ecclesiis, fine e attento conoscitore dei luoghi, è certamente assai interessante non foss’altro per la grande quantità di risorse economiche che riuscirebbe a canalizzare nelle attività di gestione e bonifica del territorio: 

utilizzare i fondi del petrolio per avviare una grande fase di manutenzionedel territorio, un new deal alla lucana che utilizzi i disoccupati perrealizzare le opere di sistemazione idraulica, per fare il censimento dei puntidi criticità, per progettare, dirigere ed eseguire i lavori, ci sarebbe spazioper centinaia di giovani opera, geometri, ingegneri, geologi. Alla fine sirisparmierebbero tutti i danni (decine di milioni di euro) che eventi comequelli di Metaponto arrecano alla nostra economia e alle nostre comunità.

Caro Giampiero, mettiti l’anima in pace, non si farà mai!
Invece, quello che ciascuno di noi può certamente fare è orientare la propria attività professionale e la propria vita quotidiana alla ottimizzazione delle risorse, all’azzeramento degli sprechi, all’uso razionale dell’energia, al riciclaggio spinto degli oggetti la cui funzione originaria è superata, alla differenziazione-recupero-reimpiego della risorsa R.S.U. (rifiuti solidi urbani), alla tendenziale diminuzione della produzione di rifiuti (ah se si potesse cagare di meno!), a un consumo più attento e responsabile, meno fine a sé stesso, più essenziale, in definitiva a un maggior rispetto di sé stessi.
In poche parole: a una vita più sana e intelligente.
Banalità? Proprio così, un uovo di Colombo sul palmo della mano.

Tra noi e intorno a noi siamo/sono in molti ad avere le palpebre abbassate, ci scaldiamo il culo e siamo contenti ma siamo seduti su un vulcano fumante. E’ necessario aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà prima che una “sfuriata” della natura ce li faccia aprire in modo drammatico e repentino.
Prima di tutto partendo da noi stessi, con stili di vita e comportamenti e azioni rispettosi dell’intorno ambientale in cui siamo, poi svegliare e suscitare le coscienze assopite e infine, ogni volta che si presenta l’occasione, squarciare la ragnatela parassitaria e inconcludente che ammorba l’aria degli ambienti di governo del territorio, fare lo sgambetto a questi personaggi che cadono dalle nuvole ogni volta che la Natura si “sveglia” e assestargli un poderoso calcio in culo.

Tutti noi, sonnolenta popolazione lucana, gridare con una sola voce: 
Ecchecchazz, mò bastë, ca na vitë rótt i cugliunë!

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