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Diario
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30 dicembre 2011

Rocco Di Bono. Cantava l'anno



Talvolta, anzi spesso, la storia ci viene raccontata a sciabolate. Tagli netti: di qua il bianco, di là il nero. Verità e menzogna individuate, riconosciute e separate. Senza mediazioni, senza compromessi, senza colori e in genere in sintonia col pensiero dominante.
Senza emozioni, sentimenti o turbamenti. Quasi sempre senza pietà.
Sullo sfondo indefinito del tempo ecco fluire la gelida successione degli eventi: 
è la Storia, bellezza
La Storia che ha reso e rende immortali uomini e popoli e memorabili gli avvenimenti.

Rocco Di Bono ci parla di quella Storia ma lo fa con inusitata maestria e con leggerezza, rapportandola a una scala e dimensione umana con la sensibilità e il garbo dei ricordi.
Così, per Rocco, la Storia è fatta anche e soprattutto di storie umane e personali che hanno attraversato la nostra generazione, che hanno fatto parte della nostra esperienza e che hanno costruito la nostra cultura e il nostro modo di essere, che hanno inciso sui modelli sociali e forse anche sui comportamenti.
È la storia della seconda metà del Novecento, il mezzo secolo più vicino a noi, praticamente una vita narrata a flash che scattano leggeri e rapidi e illuminano un percorso, quello della conclusione di un secolo e della transizione nel nuovo millennio.

Col fiuto di un segugio, lo fa seguendo una traccia insolita e insospettabile, sorprendente, singolare, emozionante, bizzarra. Troppi aggettivi? No. Se la pista è quella del microsolco inciso sul disco in vinile prima e CD-Rom poi, vi assicuro che di aggettivi ne occorrerebbero molti altri.
Le storie e i fatti che hanno caratterizzato l’ultimo Novecento possono essere raccontati in molti e diversi modi, quello standard è costituito dal rosario delle date che snocciola e descrive man mano le vicende, in una progressiva successione di eventi.

La narrazione di Rocco Di Bono appassiona ed emoziona perché usa la musica per raccontarci questi ultimi cinquant’anni. Anche lui parte dal calendario ma incrocia poi i dati con le mille storie quotidiane e con le canzoni che hanno caratterizzato o segnato quel particolare momento storico, culturale, sociale. Ne vien fuori un coro polifonico di inusitata leggerezza e stringata bellezza che tratteggia gli avvenimenti salienti di fine secolo/millennio.

Rocco dà inizio al suo bel libro Cantava l’anno chiedendosi “Com’era la luna nella primavera italiana del 1950? Certamente rossa, come le bandiere sventolate dalle migliaia di contadini e braccianti che in ogni parte d'Italia andavano, in quei mesi, ad occupare le terre incolte.”

Il movimento dei “senza terra”, nonostante la brutalità della repressione scelbiana, colse in quello stesso anno il successo della riforma agraria che fu legge nell’ottobre del ’50.
Ma, sempre nel 1950, Di Bono ci ricorda che nel giro di due mesi Cesare Pavese passa dalla vittoria letteraria del Premio Strega al suicidio in una solitaria camera d’albergo. E soffiano anche drammatici venti di guerra: la Corea si infiamma, gli USA intervengono militarmente. Zitta zitta la Cina invade e si annette il Tibet.
Intanto in Italia è il ritmo beguine che tiene banco con un testo firmato da Vincenzo De Crescenzo, che descrive il vagabondare notturno e dolente di un uomo abbandonato con “l'uocchie sott’o cappiello annascunnute, / mane int’a sacca e bávero aizato”, se ne va in giro, fischiando alle stelle e rimuginando sulle sue delusioni d’amore, fino all’amara constatazione che ad aspettarlo “ccà nun ce sta nisciuno”. È la stessa Luna Rossa, forse.

Passando attraverso il boom economico, il sessantotto e la lenta rivoluzione dei costumi, lo sbarco sulla luna, la rivolta studentesca del ’77 e gli indiani metropolitani (come dimenticare i murales di Valle Giulia?), le stragi neofasciste e quelle che sapremo poi mafiose, il passaggio sotto le forche caudine degli anni di piombo, il terrorismo brigatista, le trasformazioni della e nella società italiana introdotte dalla legge sul divorzio prima e sull’aborto dopo, l’assassinio di Pasolini, il fenomeno e la diffusione delle cosiddette “radio libere”, il Vietnam, il Medio Oriente, il muro di Berlino, Piazza Tien An Men, il crollo dell’URSS, Sarajevo, Tangentopoli sono solo alcuni dei tanti accadimenti che il burrascoso mezzo secolo di Cantava l’anno ci racconta e si conclude col 1999.

È nell’ultimo anno del secolo che il progetto europeo si consolida con la nascita dell’Euro. Tra la fine del ’98 e il gennaio ’99 muoiono Battisti e De Andrè, a fine novembre a Seattle la terza Conferenza Ministeriale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio termina tra dimostrazioni di massa contro l'OMC e la globalizzazione.

Nasce così il “popolo di Seattle”, il movimento no-global nel quale confluisce un insieme internazionale di gruppi, organizzazioni non governative, associazioni e singole persone, tutte accomunate dalla critica al sistema economico neoliberista dominato dalle multinazionali, che genera i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime.
Un anno dopo uscirà No Logo, un saggio della giornalista e scrittrice canadese Naomi Klein che sarà considerato uno dei testi di riferimento principali del movimento no-global e, al di là di ogni tentazione o fascino utopistico, affermerà speranzoso che “Un altro mondo è possibile”.

Complessivamente, dunque, un turbinio di eventi che parte con le lotte contadine e con l’occupazione delle terre nel 1950, e si conclude col movimento internazionale che si contrappone alla globalizzazione del pianeta a partire dal 1999. Il tutto legato dal filo rosso della musica e delle canzoni che hanno scandito il tempo di quegli eventi.
Non c’è che dire, una bella galoppata che vale la pena di intraprendere.
_____________________________________________________________
Cantava l’anno, Rocco Di Bono, Ed. Nuove Proposte, Martina Franca (TA).
Nelle principali librerie.

 Sintetica nota biografica dell'Autore:

Rocco Di Bono, 56 anni, avvocato, è nato e vive a Genzano di Lucania in provincia di Potenza.

Di formazione cattolica, dopo una lunga militanza nel PCI prima e nel PRC poi, si definisce oggi un "sans-papiers" del popolo disperso della sinistra italiana.

Lettore appassionato ed onnivoro, ha sempre accompagnato il suo amore per i libri a quello per la cultura e la musica poplare.

Cantava l'anno è la sua prima pubblicazione.


20 dicembre 2011

Gli architetti della prov. di Potenza celebrano il trentennale


Dal 15 al 18 Dicembre u.s. l’Ordine degli Architetti della provincia di Potenza ha celebrato i suoi trenta anni dalla fondazione.

Un trentennale ricchissimo di appuntamenti svolto nel centro antico di Potenza e distribuito tra la Cappella dei Celestini, il Palazzo Loffredo, la Galleria Civica, il palazzo municipale del Comune, il Teatro Due Torri, le scale mobili tra Via Armellini e Via Due Torri.

Nutrito e altamente rappresentativo il gruppo degli ospiti che hanno animato convegni e tavole rotonde, ovali, quadre, inclinate e di ogni altra forma e dimensione.

Gli argomenti trattati hanno esaminato tutto lo scibile umano riconducibile alla professione di architetto.

Risposte? Scarse o poco credibili.

Cosa ha da dire una organizzazione professionale che celebrando sé stessa non fa altro che autoassolversi da ogni e qualsiasi responsabilità sull’uso e trasformazione del territorio, non fa altro che indicare in altri soggetti gli artefici degli sfasci ambientali, non fa altro che bruciare incenso sull’altare del auto compiacimento, non fa altro che cristallizzarsi inamovibilmente sulle poltrone che occupa ormai da decenni.

Cosa può concretamente avere da dire una congrega professionale, quella degli architetti di Basilicata prima e della provincia di Potenza poi, che in trenta lunghi anni ha avuto solo due presidenti. Il primo per 13 anni; il secondo, se consideriamo la scadenza del suo mandato nel 2013, governerà questa allegra comitiva per circa 20 annucci essendo, comunque, sempre stato presente nel Consiglio dal primo momento della sua fondazione sino a oggi (e fino a che Dio lo vorrà).

Fra poco più di un anno, suo malgrado, sarà incoronato per l’ottava volta. Povero Presidente, costretto a fare il Presidente a vita nella sua corte dei miracoli!

Naturalmente il Consiglio è sempre eletto democraticamente dagli iscritti. Tutti vengono amorevolmente e personalmente chiamati e sollecitati a partecipare al rito. Quasi nessuno sbaglia. Di elezione in elezione (cioè da una acclamazione all’altra) il listino premurosamente preparato viene invariabilmente approvato e ratificato. E il povero Presidente successivamente Re–incoronato alla testa dei suoi mille prodi (più o meno tanti siamo).

Noi però che non siamo nati sotto un cavolo non facciamo di tutta l’erba un fascio. E siamo ben consapevoli che bisogna sempre separare il grano dal miglio.

Si tratta di capire quale è il grano e quale il miglio..

Con un po’ di fortuna, se ci saremo, avremo qualche risposta alla prossima celebrazione: quella per il 50° anniversario, nozze d’oro tra il Presidente e il suo Ordine.


12 dicembre 2011

Giuseppe Pedota a un anno dalla scomparsa


(qui di seguito il testo della commemorazione di Giuseppe Pedota in occasione dell'apertura della mostra itinerante lungo Viale Dante a Potenza il 15 maggio 2011, a un anno esatto dalla scomparsa del grande artista)

15 Maggio 2011
Amici, siamo qui a un anno dalla sua scomparsa a ricordare Giuseppe Pedota, un caro, indimenticato e indimenticabile amico.
Il suo ricordo è vivissimo, scuserete se la voce dovesse involontariamente un po’ incrinarsi, mi affido alla vostra benevolenza.
Vi parlerò del mio incontro con l’uomo e l’artista e di come, talvolta, dobbiamo a circostanze fortuite o impreviste il concretizzarsi di vicende che altrimenti non si sarebbero realizzate.

Io ho conosciuto Giuseppe per caso, alcuni anni fa.
Anzi, a dire il vero, è stato lui a conoscere me, in un certo senso.

Mi era capitato tra le mani un suo bel catalogo di una mostra del 1998 credo.
Fu un fulmine a ciel sereno, una folgorazione. Ne rimasi affascinato.
Ma come, un lucano, a dir meglio e più precisamente un genzanese di nascita, un artista di statura internazionale, un degno rappresentante della variegata arte moderna e contemporanea, una persona che annovera tra i suoi amici Carlo Levi, Gavioli, Riviello, Crippa, Fontana, Kodra, Buzzati, Vittorini, Roversi, Scotellaro.
E che entra, per così dire, in contatto ravvicinato con Leonardo Sciascia, Argan, Sartre, Borghes per citare solo i più noti,
è da noi uno sconosciuto. Tutto ciò è incomprensibile !

A quell’epoca, senza particolare preparazione e da autentico autodidatta, stavo costruendo un mio spazio web.
Realizzai immediatamente che l’arte di Pedota poteva e doveva essere annunciata al mondo internettiano e che il mio modesto filo nella grande ragnatela del World Wide Web si prestava ottimamente allo scopo.
Detto fatto e nella sezione “Arte e letteratura” inserisco subito alcune pagine dell’arte pedotiana insieme a varie notizie e saggi critici.

Spesso si naviga a vista e senza bussola e così fu il caso che portò Giuseppe a imbattersi nel mio sito web e in quelle pagine che lo riguardavano.
Grande fu la sorpresa e immenso il piacere quando Giuseppe mi chiamò per comunicarmi il suo apprezzamento per la mia libera iniziativa.

Cominciò così una affettuosa e sincera amicizia che mi ha dato l’opportunità di conoscere un vero Titano dei nostri tempi.
E dico che Pedota è un gigante di stratosferica grandezza non a caso.
Avevo conosciuto un pittore, ma Giuseppe non lo era.
O meglio, non lo era in misura prevalente.

Quando mi comunicò l’uscita di Acronico (una piccola grande antologica di poesia) rimasi sorpreso. Per me era una novità e un aspetto sconosciuto e, con tutta probabilità, una dimensione ignota ai più.
Se osservare e poi inevitabilmente ammirare il pittore è un chiaro processo logico, leggere la parola scritta in poesia, equivale a navigare su un vascello il cui approdo non è né certo, né scontato. Qui si viaggia in abissi e profondità oceaniche con la stessa leggiadria che su candide e inviolate vette. Talvolta contemporaneamente.

L’artista, il “nostro” artista, era e resta un numero primo, un magnifico numero primo divorato e animato dal fuoco eterno dell’arte.
Ho avuto modo di dire, in un altro contesto, che la scoperta della poesia di Pedota genera stupore.
Lo stupore genuino di un viaggio nei coriandoli di luce,
Lo stupore autentico come quello che si intravede sulle tele del mistero, dove la violacciocca nel campo riemerge a nuova vita.
Lo stupore puro e innocente come quello di bimbi che, incerti, si accingono ad essere.

Veleggiando nell’arte di Giuseppe Pedota si resta stupiti, straniati, alla ricerca di un sostegno, un ormeggio qualsiasi, anche temporaneo.
Magari solo per riprendere fiato, per riflettere, per masticare lentamente le parole, le immagini, i concetti, le astrazioni iperboliche tenacemente coese come in un nucleo atomico.
Leggere la pittura pedotiana non è semplice, interpretarne la poetica lo è ancor meno, ma comprendere la poesia di Pedota può essere davvero arduo.

Dunque il quesito emerge chiaro e concreto: l’arte e la poesia è per pochi ?
Assolutamente no. L’arte in genere, e la poesia in particolare, è per tutti.
È necessario però avere il giusto vocabolario.
Anche perché, spesso, entrano in gioco aspetti legati a visioni soggettive contaminate dal cosiddetto comune senso del bello o del brutto e che, in genere, nulla hanno a che fare con l’arte.

Per la poesia di Pedota, poi, occorre possedere un vocabolario del tutto speciale, un pensiero libero e aperto e, specialmente, l’abbandono di tutto ciò che finora abbiamo pensato potesse essere la poesia.
Una volta letto e digerito, non senza difficoltà, l’impareggiabile Acronico, non mi son potuto esimere dal pubblicare sul sito cui ho fatto cenno, la sezione “Pedota, il poeta”.
Lì concludo una mia breve recensione dell’opera di Giuseppe con queste parole: (perdonate l’autocitazione)

“Raramente l'Arte adopera un solo attrezzo o fluisce in un solo fiume, al contrario, invece, il suo vasto oceano "unicizza" le sorgenti e ne rende possibile la sincronia.
L'Arte è poliglotta, incide il suo codice genetico in lingue che solo all'apparenza sono diverse, è una sorta di Esperanto, materia e strumento per rappresentare quel che è stato, che è e che sarà, mediazione col perfetto divenire e, infine, se possibile, tenta il colloquio con Dio.
Gli oggetti di Pedota sono "solidi", la sua fertile cornucopia ci dispensa sempre valori cubici sia che il suo genio creativo generi immagini che suoni o parole.
Egli ci presta i sensi per vedere, sentire e finanche annusare quel che è dentro e quel che è fuori, molto fuori, oltre.
Ma si avverte il limite delle umane possibilità: è necessario sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d'onda per apprezzare il sincretismo pedotiano, per ascoltare ed annusare la sua pittura, per vedere e toccare la sua poesia, per palpare la musica che attraversa tutta la sua opera.
Non è tanto nel piano il pentagramma della melodia di Pedota quanto invece nello spazio. Spazio che spesso e volentieri ammicca ad altre dimensioni, oltre le consuete tranquille e rassicuranti.
Il nostro artista incursore è architetto? designer? scenografo? scrittore? pittore? scultore? saggista? poeta? musico?
Ogni opera di Giuseppe Pedota custodisce un enigma, è un palpitante enigma …”

Da un anno Giuseppe non c’è più, ma l’arte di Pedota, per fortuna è ancora tra noi, viva e vitale più che mai, penetrante, enigmatica, gaia e austera allo stesso tempo, eloquente pur con un linguaggio talvolta misterioso, incantevole e seducente come queste figlie del vento che si portano i bei seni come osanna ai loro padri austeri nella Lucania assorta di calanghi arati da meteore stellari (sono pochi versi della straordinaria Lucania lucis, un poema storico/geografico della nostra terra).

Pochi sanno che, ben prima di conoscere il suo ferale compagno di viaggio, l’ultima composizione del maestro, poeta e sciamano è stata un’opera di poesia intitolata Caronte, oscura premonizione di ciò che lo attendeva.
Ricordate il Caronte di greci e romani, traghettatore dell’Ade e il Caron dimonio con occhi di bragia di dantesca memoria, ma Caronte, è anche il più grande dei satelliti di Plutone, l’ultimo pianeta del nostro sistema solare, recentemente classificato come pianeta nano. Plutone e Caronte hanno massa e dimensioni simili ed è per questo che, invece di parlare di pianeta e satellite, alcuni preferiscono parlare di sistema binario perché i due corpi orbitano attorno ad un comune centro di gravità situato all'esterno di Plutone.

Come vedete, con Pedota, è ben difficile restare con i piedi per terra: o si finisce nei gorghi dell’Acheronte o dello Stige e, comunque, sulla barca di Caronte, oppure si veleggia nello spazio, ai confini del sistema solare.

Nel caso specifico il Caronte pedotiano s’è ammodernato seducendosi da una barca a un panfilo-crociera con molti ponti, gettati i suoi remi, siede sulla tolda da impietoso capitano, ha mansione d’asperrima e veloce selezione d’un oceano di ignudi in miriadi gironi d’una galassia infernale…

È un lunghissimo dialogo tra Giuseppe e il traghettatore, si vedono tratteggiati molti personaggi, ma osserviamo un Pedota stanco e forse consapevole, un uomo al culmine della sua parabola, un artista che sulla linea del suo curvo orizzonte si muove contemporaneamente in opposte direzioni: da una parte lanciato come una cometa verso gli abissi siderali dell’universo, dall’altra verso le voragini inesplorate dell’anima.

L’ultimo Pedota è un artista nuovo, inaspettato, tutto da scoprire.
Che pone domande e che forse trova risposte.
I due si parlano con estremo rispetto ma anche come due vecchi amici e Giuseppe, alla fine, sembra dare un appuntamento.

Nella parte finale della composizione poetica leggiamo: 

segui la rotta mio capitano
in una scia di storie frantumate
forse verrò a trovarti
in un giorno di suprema nostalgia…

Messa così, ha tutta l’aria di un addio, ma io sono convinto che Giuseppe, in cuor suo, fosse certo di essere immortale ed eterno.

Così è, forse, e tanto basta!

Carmine Pietrapertosa  per Giuseppe Pedota il 15/05/2011



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10 dicembre 2011

63° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo

63 anni e quasi nulla è cambiato.

In fin dei conti, dove cominciano i diritti umani universali? In luoghi piccoli, vicini a casa, così vicini e così piccoli da non essere visibili su nessuna mappa del mondo. Eppure essi sono il mondo dell'individuo: il quartiere dove vive; la scuola o l'università che frequenta; la fabbrica, l'azienda o l'ufficio dove lavora. 
Questi sono i luoghi in cui ogni uomo, donna e bambino vuole una giustizia equa, pari opportunità, pari dignità senza alcuna discriminazione. Se questi diritti non sono significativi in quei luoghi, lo sono ben poco altrove. Senza uno sforzo comune dei cittadini per sostenere questi diritti negli ambienti in cui viviamo, sarà inutile aspettarsi un progresso su più vasta scala nel mondo.
Eleanor Roosevelt, Nazioni Unite, 27 marzo 1953

Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

O.N.U. - Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo
http://www.ohchr.org/en/udhr/pages/language.aspx?langid=itn

10 dicembre 2011

A proposito di parlare a vanvera...



Talete di Mileto era un uomo saggio perchè sosteneva che gli Dei hanno dato agli uomini due orecchie e una sola bocca. 
Per ascoltare il doppio e parlare la metà.




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9 dicembre 2011

PER UN MANIFESTO DEI LUOGHI INVISIBILI


>>>  Viva i luoghi invisibili: il sito Web  <<<

7 dicembre 2011

Democrazia o Demopleistocrazia o Demoplutocrazia o…

Opera di Jacquet Fritz Juniorbla bla bla, democrazia.

Che è la democrazia? La tirannide, seppur temporanea, della maggior parte sulla minor parte.

Siamo sicuri che la democrazia sia cosa buona e giusta? Siamo sicuri che battersi per la democrazia sia qualcosa di lodevole e condivisibile?

Siamo proprio sicuri che la democrazia sia la procedura migliore per regolare i rapporti tra gruppi sociali e su cui fondare uno Stato, una Nazione?

Ammesso e non concesso che siamo proprio sicurissimi, siete certi che la democrazia si eserciti solo ed esclusivamente attraverso le elezioni?

Ultimamente pare che i ducetti di ogni risma, di ogni colore, di ogni credo, di ogni appartenenza, di ogni razza o etnìa, con o senza principi e ideali, di ogni altezza come di ogni bassezza o nequizia o inettitudine, insomma tutti i cagnetti cui è stato sottratto l’osso, mentre sentono stringersi il cappio intorno al collo, proclamano, senza accusare lo scandalo della loro stessa esistenza, che è stata offesa e oltraggiata la Democrazia. Che bisogna lavare l’onta, che bisogna andare a elezioni, che bisogna eleggere i nuovi tribuni del popolo. E chi saranno i nuovi candidissimi candidati? Ma loro, naturalmente. Evviva la Democrazia!

Ho un dubbio. Anzi più di uno.

Questi, con o senza democrazia, ce lo mettono sempre lì, piano piano.

 Non zarrà megljë u'Re? (almeno combatti contro uno solo!)

 

>>>  Gaber, la Democrazia <<<


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2 dicembre 2011

Quando il Bradano fa paura



Per fortuna Genzano non ha mai dovuto temere il fiume che scorre nella sua valle ad una quota molto inferiore e in effetti, in agro di Genzano, transitando sul ponte lungo la vecchia S.S. 169, in genere il Bradano non si vede quasi mai.
Coperto e celato dalla vegetazione per gran parte dell'anno, si mostra però prepotente negli inverni lunghi e piovosi. Qualche anno fa mi sono fermato sul ponte, il Bradano era ben visibile. 
Scorreva veloce e portava una quantità d'acqua che non avevo mai visto. 
Né avevo mai "sentito" il fiume: un rumore vario e costante che faceva vibrare insieme le corde tese del rispetto e del timore.
Avvertendo una certa inquietudine, non sono riuscito a stare a lungo sul ponte, lieve saliva al naso un tangibile odore di pericolo.

Il quesito ultimo è perfino banale: in questa terra antica che ha sempre “ballato coi lupi” e che si vede incidere dai suoi cinque fiumi come gli artigli di rapace su un pane di burro, dobbiamo temere “le furie” della natura?
A domanda banale non può esserci che ovvia risposta. Eccome che dobbiamo temere le furie della natura se l’amministrazione del territorio è lasciata in mano a incompetenti (nella migliore delle ipotesi) o ad autentici delinquenti (nella peggiore)!
Mi incazzerei io e come una bestia se fossi continuamente trattato in questo modo, figuriamoci la Natura che è un po’ più grande e potente di me..
Di proposte e azioni positive (come dicevamo con Legambiente, a Genzano, una ventina di anni fa) ce ne possono essere tante. 

Per esempio quella del geologo Giampiero D’Ecclesiis, fine e attento conoscitore dei luoghi, è certamente assai interessante non foss’altro per la grande quantità di risorse economiche che riuscirebbe a canalizzare nelle attività di gestione e bonifica del territorio: 

utilizzare i fondi del petrolio per avviare una grande fase di manutenzionedel territorio, un new deal alla lucana che utilizzi i disoccupati perrealizzare le opere di sistemazione idraulica, per fare il censimento dei puntidi criticità, per progettare, dirigere ed eseguire i lavori, ci sarebbe spazioper centinaia di giovani opera, geometri, ingegneri, geologi. Alla fine sirisparmierebbero tutti i danni (decine di milioni di euro) che eventi comequelli di Metaponto arrecano alla nostra economia e alle nostre comunità.

Caro Giampiero, mettiti l’anima in pace, non si farà mai!
Invece, quello che ciascuno di noi può certamente fare è orientare la propria attività professionale e la propria vita quotidiana alla ottimizzazione delle risorse, all’azzeramento degli sprechi, all’uso razionale dell’energia, al riciclaggio spinto degli oggetti la cui funzione originaria è superata, alla differenziazione-recupero-reimpiego della risorsa R.S.U. (rifiuti solidi urbani), alla tendenziale diminuzione della produzione di rifiuti (ah se si potesse cagare di meno!), a un consumo più attento e responsabile, meno fine a sé stesso, più essenziale, in definitiva a un maggior rispetto di sé stessi.
In poche parole: a una vita più sana e intelligente.
Banalità? Proprio così, un uovo di Colombo sul palmo della mano.

Tra noi e intorno a noi siamo/sono in molti ad avere le palpebre abbassate, ci scaldiamo il culo e siamo contenti ma siamo seduti su un vulcano fumante. E’ necessario aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà prima che una “sfuriata” della natura ce li faccia aprire in modo drammatico e repentino.
Prima di tutto partendo da noi stessi, con stili di vita e comportamenti e azioni rispettosi dell’intorno ambientale in cui siamo, poi svegliare e suscitare le coscienze assopite e infine, ogni volta che si presenta l’occasione, squarciare la ragnatela parassitaria e inconcludente che ammorba l’aria degli ambienti di governo del territorio, fare lo sgambetto a questi personaggi che cadono dalle nuvole ogni volta che la Natura si “sveglia” e assestargli un poderoso calcio in culo.

Tutti noi, sonnolenta popolazione lucana, gridare con una sola voce: 
Ecchecchazz, mò bastë, ca na vitë rótt i cugliunë!

15 ottobre 2011

il pozzo di Talete

I Greci appresero dagli Egiziani innumerevoli conoscenze, ereditarono dai matematici babilonesi tecniche importanti per le equazioni, per la teoria delle equazioni, quindi per l’algebra, come diremmo oggi. Eppure soltanto i Greci raccolsero questi materiali, come nel caso di Talete, in un concetto del sapere e, per così dire, in un ideale di scienza, così formulabile: bisogna dimostrare ciò che si asserisce. 

Ed è noto a tutti che in effetti il grande, definitivo risultato di questo ideale di dimostrazione (che ha portato alla prima forma di scienza) ha conservato tutto il suo valore fino ai nostri giorni grazie alla logica di Aristotele, conoscendo negli ultimi due secoli un sorprendente processo di affinamento e differenziazione. In ogni caso, grazie a tutto ciò, oggi sappiamo che in quelle città commerciali (con i loro traffici mondiali, con quel miscuglio di conoscenze provenienti da tutto il mondo conosciuto) si è manifestata anche l’audacia dell’indagine scientifica.

E qui non possiamo non ricordare un episodio a proposito di Talete.


Certa manualistica ricorre spesso e volentieri a un aneddoto in cui si racconta di Talete, quasi per riconoscervi con soddisfazione, già nell’antichità più remota, l’archetipo del professore distratto. 

Si dice che Talete sarebbe caduto in un pozzo e che una servetta tracia lo avrebbe aiutato a venirne fuori, visto che da solo non ci riusciva. Questa storia nasce nel contesto di una critica teoretica, rivolta all’assurdità di un’esistenza ingenuamente teoretica. Gli spiriti pratici raccontano sempre con piacere qualche strano aneddoto sugli uomini di pensiero, e, com’è noto, anche sui professori. 


Che cosa accadde, in realtà? Oggi lo sappiamo con una certa precisione. Naturalmente Talete non cadde nel pozzo, ma si calò in un pozzo asciutto, perché questo era il "cannocchiale" degli antichi. Grazie infatti alla schermatura offerta dalle pareti della cavità, si può registrare con grande precisione l’orbita delle stelle così inquadrate, riuscendo inoltre a vedere molto più che a occhio nudo: una sorta di vero e proprio cannocchiale greco.


Quindi non siamo affatto di fronte a uno sbadato che cade in una buca. La verità è un’altra, e in realtà questo aneddoto rende onore all’audacia del pensiero, costretto prima a servirsi di uno scomodo azzardo, come quello di calarsi in un pozzo, e poi a rimettersi all’aiuto di qualcun altro per uscirne. Audacia teoretica e passione per il sapere vengono espresse in questo aneddoto quasi con la stessa efficacia con cui esso comunica anche il desiderio della tarda antichità di farsi beffe della stravaganza dei sapienti.

da un'intervista a Hans-Georg Gadamer (Il Cammino della filosofia)

 

Meeh, crajë m trovë nu pozz... e m menghë èntë !

(domani mi cerco un pozzo... e mi butto dentro)

 

... sono dentro


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4 ottobre 2011

u Munacidd d' Inzanë

I munacidd

 

"La quale istoria fu così. Nell'anno 1445 dalla Fruttifera Incarnazione, regnando Alfonso d'Aragona, una fanciulla a nome Catarinella Frezza, figlia di un mercatante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E come è usanza d'amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d'amanti, egualmente innamorata, egualmente fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite, che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano - e Catarinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli, torturata. Ma per tanto e continuo dolore, che si può dire gli amanti mangiassero veleno e bevessero lagrime, avevano ore di gioia ineffabile. A tarda notte, quando nei chiassuoli dei Mercanti, non compariva viandante veruno Stefano Mariconda, avvolto nell' oscuro mantello, che mai sempre protesse ladri ed amanti, penetrava in un andito nero ed angusto, saliva per una scala fangosa e dirupata, dove era facile il pericolo della rottura del collo, riesciva sopra un tetto e di là scavalcando, terrazzo per terrazzo, con una sveltezza ed una sicurezza che amore rinforzava, arrivava sul terrazzino, dove lo aspettava, tremante dalla paura, Catarinella Frezza. Lettor mio, se mai fremesti d'amore, immagina quei momenti e non chiederne descrizione alla debole penna. Ma in una notte profonda, quando più alle anime loro si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso, mani traditrici afferrarono Stefano alle spalle, e togliendogli ogni difesa, dalla ferriata lo precipitarono nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s'aggrappava ai panni degli assassini. Il bel corpo di Stefano Mariconda giacque, orribilmente sfracellato, nella fetida via, per una notte ed un giorno: fino a che lo raccolse di là la pietà dei parenti, dandogli onorata sepoltura. Ma invero fu quella morte ignobilmente violenta: e perché v'è dubbio sul destino di quell'anima, strappata dalla terra e mandata jnnanzi all'Eterno carica di peccati, e perché a gentiluomo non conviensi altra morte violenta che di spada.

La Catarinella fuggì di casa, pazza dal dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monachelle. In un giorno, quando ancora il tempo assegnato dalla ragion divina e dalla ragion medica, non era scorso, ella dette alla luce un bimbo piccino, piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Per pietà di quel piccolo essere, le suore lasciarono la madre nutrirlo e curarlo. Ma col tempo che passava, non cresceva molto il bambino e la madre, cui rimaneva confitta nella mente la bella ed aitante persona di Stefano Mariconda, se ne crucciava. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna, perché desse una fiorente salute al bambino; ed ella votossi, e fece indossare al bimbo un abito nero e bianco, da piccolo monaco. Ma ben altro aveva disposto il Signore nella sua infinita saggezza e la Catarinella non s'ebbe la grazia chiesta.

Il figliuoletto suo, crescendo negli anni, non crebbe che pochissimo nel corpo e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Sibbene, ella continuò a vestirlo da piccolo monaco; onde è che la gente chiamava, in suo volgare, il bambino: lu munacietlo. Le monache lo amavano, ma la gente della via, ma i bottegai delle strade Armieri, Lanzieri, Cortellari, Taffettanari, Mercanti, si mostravano a dito il bambino troppo piccolo, dalla testa troppo grande e quasi mostruosa, dal volto terreo, in cui gli occhi apparivano anche più grandi, anche più spaventati, dall'abituccio strano: e talvolta lo ingiuriavano, come fa spesso la plebe, contro persona debole ed inerme. Quando lu munacietlo passava innanzi la bottega dei Frezza, zii e cugini uscivano sulla soglia e gli scagliavano le imprecazioni più orribili. Non è dato a me indagare, quanto comprendesse lu munacietlo degli sgarbi e delle disoneste parole che gli venivano dirette, ma è certo che egli riedeva alla madre pensoso e melanconico. A volte un lampo di collera gli balenava negli occhi e allora la madre lo faceva inginocchiare e gli dettava le sante parole dell'orazione. A poco a poco in quei bassi quartieri, dove egli muoveva i passi, si divulgò la voce che lu munaciello avesse in sé qualche cosa di magico, di sovrannaturale. Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando lu munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora cattivo augurio. Ma come il cappuccetto rosso compariva molto raramente, lu munacidello era bestemmiato e maledetto.

Era lui che attirava l'aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l'acqua; lui che, toccando i cani, li faceva arrabbiare, lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane; lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli. Appena lu munaciello scantonava, a capo basso, con l'occhio diffidente e pauroso, correndo, o nascondendosi fra la folla, un coro di maledizioni lo colpiva. Il fango della via, che gli scagliavano veniva a insudiciargli la tonacella; le bucce delle frutta troppo mature lo ferivano nel volto. Egli fuggiva, senza parlare, arrotando i denti, tormentato più dall'impotenza della picciola persona, che dal villano insulto di quella borghesia. Catarinella Frezza era morta; non lo poteva consolar più. Le monache lo impiegavano ai minuti servizi dell'orto; ma, anche esse, a vederlo d'improvviso, in un corridoio, nella penombra, si sgomentavano. come per apparizione diabolica. S'avvalorava il detto dalla faccia cupa del munaciello, dal non averlo mai visto in chiesa, dal trovarlo in tutti i luoghi, a poca distanza di tempo. Finché una sera, lu munaciello scomparve. Non mancò chi disse, che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Ma per fede onesta di cronista, mi è d'uopo aggiungere che furono molto sospettati. e forse non a torto, i Frezza d'aver malamente strangolato lu munaciello e gittatolo in una cloaca li presso, da certe ossa piccine e da un teschio grande, che vi fu ritrovato. Il discernere le cose vere dalle false, e lo speculare quale sia favola, quale verità, lascio e raccomando specialmente alla prudenza e saggezza del lettore.

Questa qui è la cronaca. Ma nulla è finito - soggiungo io, oscuro commentatore moderno - con la morte del munaciello. Anzi, tutto è cominciato. La borghesia che vive nelle strade strette e buie o malinconicamente larghe e senza orizzonte, che ignora l'alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell'arte; questa borghesia che non conosce che sé stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullagine; questa borghesia che non ha, non puo avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto. Non è lo gnomo che danza sull'erba molle dei prati, non è lo spiritello che canta sulla riva del fiume; è il maligno folletto delle vecchie case di Napoli, è lu munaciello. Non abita i quartieri aristocratici di Chiaia, di S.Ferdinando, del Chiatamone, di Toledo, non abita i quartieri nuovi di Mergellina, del rione Amedeo, di via SaIvator Rosa, di Capodimonte: la parte ariosa, luminosa e linda della città, non gli appartiene. Ma per i vicoli che da Toledo portano giù, per le tetre vie dei Tribunali e della Sapienza, per la triste strada di Foria, per i quartieri cupi e bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e di Pendino, il folletto borghese estende l'incontrastato suo regno.

Dove è stato vivo, s'aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, la pazienza di lana bianca ed il cappuccetto nero, lì ricompare, nella medesima parvenza, pel terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini. Dove lo hanno fatto soffrire, anima sconosciuta e forse grande in un corpo rattrappito, debole e malaticcio, là egli ritorna, spirito malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga ed insaziabile vendetta. Egli si vendica epicamente, tormentando coloro che lo hanno tormentato. Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino, se veramente questo munaciello esiste e scorazza per le case e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete udirne delle storie, ne udrete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il munaciello...

 Quando la buona massaia trova la porta della dispensa spalancata, la vescica dello strutto sfondata, il vaso dell'olio riverso e il prosciutto addentato dal gatto, è senza dubbio la malizia del munaciello, che ha schiusa quella porta e cagionato il disastro. Quando alla serva sbadata cade di mano il vassoio ed i bicchieri vanno in mille pezzi, colui che l'ha fatta incespicare, è proprio lui, lo spiritello impertinente; è lui che urta il gomito della fanciulla borghese, che lavora all'uncinetto e le fa pungere il dito; è lui che fa traboccare il brodo dalla pentola ed il caffè dalla cogoma; è lui che fa inacidire il vino nelle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline, che ammiseriscono e muoiono; è lui che spianta il prezzemolo, fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Se la vendita in bottega va male, se il superiore all'uffizio fa una rimenata, se un matrimonio stabilito si disfa, se uno zio ricco muore, lasciando alla parrocchia, se al lotto vien fuori 34, 62, 87 invece di 35, 61, 88 è la mano diabolica del folletto, che ha preparato queste sventure grandi e piccole.

Quando il bambino grida, piange, non vuole andare a scuola, scalpita, corre, salta sui mobili, rompe i vetri e si graffia le ginocchia, è il munaciello che gli mette i diavoli in corpo; quando la fanciulla diventa pallida e rossa senza ragione, s'immalinconisce, sorride guardando le stelle, sospira guardando la luna, e piange nelle tranquille notti di autunno, è il munaciello che le guasta così la vita; quando il giovanotto compra cravatte irresistibili, mette il profumo nel fazzoletto, e si fa arricciare i capelli, rincasa a tarda notte, col volto pallido e stanco, gli occhi pieni di visioni, l'aspetto trasognato, è il munaciello che turba la sua esistenza; quando la moglie fedele si ferma, a guardar troppo il profilo aquilino ed i mustacchi biondi del primo commesso di suo marito e nelle fredde notti invernali, veglia, con gli occhi aperti nel vuoto e le labbra che invano tentano mormorare la salvatrice Avemmaria, è il munaciello che la tenta, è il diavolo che ha preso la forma del munaciello; è il diavoletto che dà al marito il vago desiderio di dare un pizzicotto alla serva MariaFrancesca; è il folletto che fa cadere in convulsioni le zitellone isteriche. È il munaciello che scombussola la casa, disordina i mobili, turba i cuori, scompiglia le menti, empiendole di paura. E lui, lo spirito tormentato e tormentatore, che porta il tumulto nella sua tonacella nera, la rovina nel suo cappuccetto nero.

Ma la cronaca vendica lo dice, o buon lettore: quando il munaciello portava il cappuccetto rosso, la sua venuta era di buon augurio. È per questa sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, che il munaciello è rispettato, temuto ed amato. È per questo che le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione, perché non venga scoperto il gentile segreto; è per questo che le zitellone lo invocano a mezzanotte, fuori il balcone, per nove giorni, perché mandi loro il marito, che si fa tanto aspettare; è per questo che il disperato giuocatore di lotto gli fa lo scongiuro tre volte, per averne i numeri sicuri; è per questo che i bambini gli parlano, dicendogli di portar loro i dolci ed i balocchi che desiderano. La casa dove il munaciello è apparso, è guardata con diffidenza, ma non senza soddisfazione; la persona che, allucinata, ha visto il folletto, è guardata ompassionevolmente, ma non senza invidia. Ma colei che lo ha visto - apparisce, per lo più, a fanciulle ed a bimbi - tiene per sé il prezioso segreto, forse apportatore di fortuna. Infine il folletto della leggenda, rassomiglia al munaciello della cronaca napoletana: è, vale a dire, un'anima ignota, grande e sofferente in un corpo bizzarramente piccolo, in un abito stramente simbolico; un'anima umana, dolente e rabbiosa; un'anima che ha pianto e fa piangere; che ha sorriso e fa sorridere; un bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo; un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso, e li carezza, e li consola, come un bambino ingenuo ed innocente."

 Fin qui è Matilde Serao che ci racconta la leggenda napoletana "Lu munaciello".


Ma a Genzano di Lucania “u munacidd” che, come ben sanno i vecchi, è uno spiritello dispettoso che ti viene a trovare sempre nottetempo e ti si piazza sul petto o ti saltella sullo stomaco togliendoti il respiro, s’è ammodernato e trasformato in un novello Pasquino, la più celebre statua “parlante” romana.

Come è ben noto, a partire dal XVI secolo contro il Papa Re, Pasquino adopera armi raffinate per l’epoca: l'ironia, la beffa, il ridicolo. Antesignano della libertà di stampa, è la voce beffarda del popolo romano, la sua velenosa rivincita sulle angherie e sulle miserie a cui il potere papalino lo costringe.

Pasquino, per poco più di tre secoli, è la "stampa d'opposizione" del papato, una stampa che punge, che ferisce, che ammonisce, che fustiga, che sghignazza, che diffama e dissacra, che calunnia, che mette in piazza i segreti, che ridicolizza i potenti e i loro vizi.  

Pasquino non discute il sistema, lo interpreta, lo critica, lo assolve, lo lapida a seconda dei momenti, ma la sua sorte è talmente legata al papato che quando Roma diventa "piemontese" tace per sempre.

Le pasquinate venivano fatte trovare ai piedi della statua all’angolo di Palazzo Orsini, poi Palazzo Braschi. A Genzano, invece, fatte le ovvie differenze e tolta molta tara (sono cosette paesane che non aspirano ad essere ricordate e conservate nella Storia), le pasquinate vengono recapitate presso il locale ufficio postale. Utilizzando, nel dettaglio, la buca delle lettere.

 Qui, infatti, da qualche tempo, gli impiegati postali trovano dei fogli dattiloscritti che ricordano i foglietti di Pasquino. Ma a Genzano di Lucania quel tale, che certo è letterato, si firma U Munacidd.

Più di qualcuno azzarda l’ipotesi che sia questa la causa fondamentale delle chilometriche file che, di tanto in tanto, si formano all’ufficio postale: gli impiegati, tra frizzi e lazzi, trascurerebbero il lavoro per gettare lo sguardo sui sagaci fogli imbucati da U Munacidd.


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19 febbraio 2009

Soppressione Ordini Professionali

Ordini Professionali. Open Virtual Workshop lo dice da tempo
Pachidermi immobili nella società contemporanea votata a una mobilità/volatilità estrema in cui tutto è mercato (anche le più qualificate professionalità), i Fossil-Dis-Ordini degli Architetti, Ingegneri, Medici, Avvocati, ecc. sono ormai anacronistici e non tutelano più né la Committenza (pubblica e privata) né il cittadino in genere e tanto meno i propri iscritti.
Nulla e nessuno viene tutelato tranne la perpetuazione di enti-carrozzoni e i privilegi di presidenti e consiglieri pervicacemente incollati alle loro poltrone.

La soppressione degli Ordini Professionali non risolve i problemi ma è altrettanto certo che la eliminazione di enti inutili, così come avviene altrove, non potrà che semplificare la vita e l'attività professionale.

Su questi argomenti, ma anche su altre problematiche che interessano le “professioni tecniche”, da tempo OVW si interroga, riflette, sviluppa azioni e proposte operative come la lettera di protesta alla Camera di Commercio di Oristano (tendente alla modifica di un bando di concorso) o la PETIZIONE sui rapporti/contrasti tra norme di deontologia professionale e norme sui contratti pubblici che ha raccolto finora circa sessanta adesioni rappresentative dell'intero territorio nazionale e del mondo della professione.

Per non limitarsi alla sola sterile lamentela, invito tutti a prendere visione della petizione e a sottoscriverla comunicando i propri dati (nominativo, ordine e n. iscrizione).
La PETIZIONE è qui: http://www.archiportale.com/utenti/blog.asp?IDB=744  ma è anche riportata qui su "il Cannocchiale".

Poi, se Open Virtual Workshop vi incuriosisce almeno un po', allora date un'occhiata ai nostri documenti provvisori di fondazione, sono aperti al contributo di chiunque voglia partecipare e li trovate qui: http://www.archiportale.com/utenti/blog.asp?IDB=744&data=12/01/2009

Open Virtual Workshop una risposta positiva ai problemi della professione.
ADERITE A O.V.W. - L'adesione non comporta alcun onere.

Informazioni e adesioni: info.ovw@libero.it

Carmine Pietrapertosa

18 febbraio 2009

Ingegeri & Architetti - O.V.W. propone una Petizione. Sottoscrivi subito anche tu !




permalink | inviato da cpietrap il 18/2/2009 alle 16:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 febbraio 2009

Open Virtual Workshop. Ciak, si gira.

Nel solco delle attività promosse da Open Virtual Workshop già dalla sua fondazione, questa iniziativa intende portare all'attenzione degli organi di rappresentanza professionale (Ordini provinciali e Consigli nazionali degli Ingegneri ed Architetti) una questione di grande rilevanza: il rapporto tra norme di deontologia professionale e l'attuale normativa regolante i contratti pubblici di servizi e forniture improntata al criterio economico del massimo ribasso.
Noi riteniamo che l'Architettura (e in particolare, la qualità dell'Architettura) non possa essere assoggettata a criteri di questo tipo come una qualsiasi merce di consumo.

CHI CONDIVIDE SCRIVA I DATI PERSONALI NEL COMMENTO, ORDINE E N. ISCRIZIONE
Oppure invii gli stessi dati (nome cognome, ordine e numero di iscrizione) a info.ovw@libero.it


Al Consiglio Nazionale degli Architetti, P.P.C.
Al Consiglio Nazionale degli Ingegneri

All'Ordine degli Architetti P.P.C. della Provincia di...........
All'Ordine degli Ingegneri della Provincia di ........

OGGETTO :
LETTERA – PETIZIONE in MERITO AL RAPPORTO FRA NORMATIVA di ASSEGNAZIONE INCARICHI PROFESSIONALI PUBBLICI e VIGENTI NORME DEONTOLOGICHE DELLA PROFESSIONE e sullaVIGILANZA SUI CONCORSI di PROGETTAZIONE .

L’apparizione sempre più frequente, ormai dominante, di bandi per assegnazione d’incarichi di progettazione o di altri servizi di architettura ed ingegneria, impostati su forme di preselezione sulla base del fatturato, sulla base della quantità e tipologia di lavori svolti negli ultimi anni di attività e con riguardo all'organizzazione aziendale degli studi professionali, sta determinando una situazione di mercato dell’offerta professionale elitaria, esclusiva ed in contrasto con l’articolo 8) delle norme di deontologia professionale che così recita: - Per l’iscritto qualsiasi forma di libera concorrenza e leale competizione si basa esclusivamente sulla qualità del suo lavoro nel rispetto dei diritti dei colleghi.
Nei fatti più del 90 % dei colleghi professionisti, in base alla suddetta frequente formulazione dei bandi non riesce neppure a parteciparvi.
Quand'anche, magari associandosi in ATP, i professionisti riescono poi ad essere preselezionati, devono accettare condizioni a volte vessatorie, che prevedono il mancato riconoscimento della quota spese o la non retribuzione di prestazioni accessorie come i rilievi o le perizie geologiche. Infine, vincono quasi sempre quei gruppi o quei professionisti che offrono sconti tariffari di livello tale da configurare una palese violazione, oltre che del già citato art. 8 anche dell'art. 17 : L'iscritto deve evitare ogni forma di accaparramento della clientela mediante espedienti di qualsiasi tipo contrari alla dignità professionale.

Il considerare solo il criterio economico nella scelta dei professionisti è poi, a nostro parere, in palese contrasto con quanto contenuto nella Premessa delle Norme deontologiche che recita: “ L'architettura si fonda su un insieme di valori etici ed estetici che ne formano la qualità e contribuisce, in larga misura, a determinare le condizioni di vita dell'uomo e non può essere ridotta a un mero fatto commerciale regolato solo da criteri quantitativi. L'opera di architettura, ed in genere le trasformazioni fisiche del territori, tendono a sopravvivere al loro ideatore, al loro costruttore, al loro proprietario e ai loro originari utenti.

Per questi motivi sono di interesse generale e costituiscono un patrimonio della Comunità.

La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell'opera progettuale e costituisce fondamento etico della professione.

La società ha dunque interesse a garantire un contesto nel quale l'Architettura possa essere espressa al meglio, favorendo la formazione della coscienza civile dei suoi valori e la partecipazione dei cittadini alle decisioni concernenti i loro interessi; gli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori iscritti alle diverse sezioni dell'albo hanno il dovere, nel rispetto dell'interesse presente e futuro della società, di attenersi al fondamento etico proprio della loro disciplina.“

L’art.55 delle stesse norme deontologiche che così recita:
“La vigilanza del rispetto delle vigenti norme deontologiche e l’applicazione tempestiva di quanto in esse previsto costituisce obbligo inderogabile per i componenti del Consiglio dell’ordine”,
se messo in relazione col precedente articolo 51:
“L’iscritto che intende partecipare ad un concorso deve preventivamente assicurarsi che il relativo bando sia stato approvato dall’ Ordine professionale o dal CNAPPC……la partecipazione ad un concorso, in qualità di concorrente o membro di giuria, per il quale sia stata emanata diffida dall’ordine di appartenenza o dal CNAPPC non è consentita”,
consente di individuare il percorso per gli Ordini professionali per porre fine alla inaccettabile forma di discriminazione dei professionisti su basi esclusivamente quantitative.

I sottoscritti architetti ed ingegneri si impegnano a portare all’attenzione dei rispettivi Ordini di appartenenza il presente documento di denuncia perché gli stessi Ordini

  • ritornino ad esercitare la vigilanza sui bandi di loro competenza territoriale attraverso un loro esame puntuale;
  • nei loro poteri esercitino tutte le forme consentite, inclusa la diffida, per porre fine ad un sistema che degrada la dignità della professione ed istituisce forme di concorrenza, divisione e discriminazione fra professionisti indegne di un paese civile ed in conflitto con le norme deontologiche che devono informare la loro attività professionale;
  • diffondano fra tutti gli iscritti il presente documento per una estesa sottoscrizione;
  • indicano assemblee degli iscritti per discutere ed affrontare, una volta per tutte, l’incresciosa situazione qui denunciata.

I sottoscrittori: (segue la lista delle firme. Finora circa sessanta)

Continuare a lamentarsi non serve a nulla. Agisci. Sottoscrivi anche tu questa petizione.

Diffondi e aderisci a questa iniziativa lasciando nel commento: nome e cognome, ordine e n. di iscrizione


Oppure invia una email con gli stessi dati a:
info.ovw@libero.it

Segnala la petizione a tutti i tuoi colleghi !

18 gennaio 2009

Nasce OPEN VIRTUAL WORKSHOP: una risposta positiva ai problemi della professione


Fare oggi l’architetto o l’ingegnere (ma anche il geometra) è sempre più difficile …

A parer mio l'attuale assetto normativo pesantemente influenzato dalle cosiddette liberalizzazioni di Bersani (almeno per quanto concerne la nostra attività professionale) è in evidente conflitto con le norme deontologiche che regolano la professione.

Senza parlare, poi, dell'eliminazione dei minimi tariffari e dei bandi di concorso o di affidamento di incarichi in cui sempre più spesso ci si trova di fronte ad ostacoli pressoché insuperabili: mere valutazioni quantitative (economiche e di progettazione) che non tengono in alcun conto la qualità, che comprimono a livelli intollerabili le possibilità di accesso, che rendono di fatto impossibile la libera competizione su basi eque, che spingono i liberi professionisti a trasformasi in imprese, che considerano il prodotto dell’ingegno degli architetti/ingegneri alla stregua della fornitura di una qualsiasi e banale merce industriale o bene di consumo acquisibile al massimo ribasso (!)

Su questi temi, ma non solo, sta prendendo corpo un'ampia mobilitazione che interessa tutti i professionisti delle professioni tecniche. E’ in corso di costituzione una libera associazione che abbiamo chiamato O.V.W. (Open Virtual Workshop) che, in attesa della creazione di un proprio spazio web, utilizza i blog sparsi nella rete.
In questa prima fase, invitiamo tutti i colleghi interessati (ingegneri e architetti, ma anche geometri) a prendere visione dei documenti provvisori di fondazione, a dare il proprio contributo di idee, a sostenere le iniziative che si stanno mettendo in campo e, ci auguriamo sempre più numerosi, a dare la propria adesione a Open Virtual Workshop.

I documenti preparatori (Manifesto di O.V.W. e Finalità) sono reperibili quì

Aderite a OPEN VIRTUAL WORKSHOP: una risposta positiva ai problemi della professione. Richieste di informazioni e adesioni

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ottobre